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"vagabondo"

girando di città in città
avevo sempre due paia
di scarpe,
le scarpe per-cercare-lavoro
e le scarpe da lavoro.

le scarpe da lavoro erano
rigide, nere
e pesanti.
qualche volta quando
le indossavo
facevano molto
male,
la punta indurita e
contorta.
ma le mettevo
in una mattina
post-sbornia,
pensando: bene,
rieccoci qui
a lavorare per
paghe miserabili
e si suppone tu sia
grato
di questo
(essendo stato scelto
tra una folla
di candidati).
probabilmente era la mia
faccia
più brutta e
onesta.

rimettersi
quelle scarpe
era sempre
un altro duro
inizio.

immaginavo
me stesso
che in qualche modo
riuscivo a
uscirne.
vincendo al
tavolo da gioco
o sul
ring
o nel letto
di qualche ricca
signora.

può essere che l'idea
derivasse
dal vivere troppo tempo
a Los Angeles,
un posto di gran lunga troppo vicino
a Hollywood.

ma scendevo le scale
di quelle stanze in affitto
a ogni nuovo 
inizio,
le rigide scarpe che
mi assassinavano i piedi,
fuori nella luce
del primo 
mattino,

il marciapiede,

la città,
e io ero solo un altro
lavoratore qualunque,
un altro
uomo qualunque,
l'universo
che mi scivolava
attraverso
la testa
e fuori dalle
orecchie,
il cartellino che aspettava
di farmi entrare
ed uscire,
e in seguito
qualcosa da bere e
donne infernali.

scarpe da lavoro
scarpe da lavoro
scarpe da lavoro
e io
dentro di loro
con tutte le luci
spente.